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23 febbraio 2010

Invictus


Ieri sera mi son pregiato di partecipare, con fatica, all'alteprima assoluta di Invictus, l'ultima opera di Clint Eastwood, che in Italia uscirà venerdi prossimo.

Mi sembra l'occasione, potendo piccarmi di anticipare i professionisti sul tempo, per interrompere il mio silenzio cinematografico che dura sul blog da quasi un anno e non certo perche non ho visto film degni in questi mesi, anzi.. Non ne sentivate la mancanza delle mie recensioni? Lo so.


Dunque Invictus è un film bello, come Clint ci ha abituato ultimamente, girato con il solito stile asciutto che sa raccontare storie e vicende umane con grande sapienza.

Mostra le vicende di Nelson Mandela e del Sud Africa post Apartheid nel periodo che intercorre tra l' elezione a Presidente di "Madiba" al giorno della finale della coppa del mondo di rugby del 1995, organizzata prorio in Sud Africa.

Un film che parla di razzismo, di paura, di rispetto e di rugby, molto rugby. Una storia vista con gli occhi principalmente di due uomini, Mandela appunto interpretato dall'ottimo Morgan Freeman e del capitano della squadra Sudafricana Fracois Pienaar interpretato da Matt Damon.


Mandela in questo sport e nella squadra degli Spingboks crede fortemente, utilizzandola come veicolo per creare ed unire il paese ancora ferito da troppi anni di odio.
Gli Springboks rappresentavano fin li il simbolo stesso dell'apartheid e in quegli anni era quasi composta da soli giocatori bianchi - escluso il mitico Chester Williams che gli appassionati si ricorderanno - e nettamente fin li dalla maggioranza di colore. Mandela non si scompose a costo di tralasciare altre situazioni politiche ed economiche all'apparenza più urgenti lavorò molto su questa idea vista come occasione unica.

Grazie alla tenacia di Mandela molte cose sarebbero cambiate ed il percorso di sport e di vita di Invictus ha rappresentato per tutti i Sudafricani un punto di riferimento che non dovrebbe mai essere dimenticato anche da noi.

Da sottolineare infine il buon realismo delle sequenze sportive, non facili parlando di rugby, troppo spesso tralasciato in altre opere del genere, e le giustose situazioni quotidiane delle guardie del corpo di Mandela per metà bianche e per metà nere che stemperano con il tempo, lavorando fianco a fianco, la diffidenza reciprica. Un passo alla volta.

Voto del Pianista 7.5
alla prossima


11 dicembre 2008

Changeling



Titolo: Changeling
USA '08
Genere: Drammatico
Regia: Clint Eastwood
Attori: Angelina Jolie, John Malkovich, Amy Ryan
Voto del Pianista: 8.5

Finalmente un film che entra nel cuore, almeno il mio. Il vecchio Clint non tradisce mai e sembra migliorare invecchiando.

Chengeling è ambientato nella LosAngeles a cavallo tra gli anni venti e trenta e narra una storia vera, quella di Christine Collins, madre lavoratrice che una sera tornando a casa non trova il suo piccolo figlio. Disperata si rivolge alle autorità infilandosi in un drammatico gorgo senza fine.
L’odissea di questa donna ostinata e disposta a tutto pur di ritrovare il bambino, le sue battaglie contro il potere e le corrotte forze di polizia sono al centro della vicenda in cui risplende un forte messaggio di quanto la prepotenza dell’autorità può schiacciare tutto e tutti nel nome della sicurezza o di una buona immagine mediatica e politica. Il tutto poi va contestualizzato nella Los Angeles del tempo, tra crisi economica e proibizionismo, polizia violenta e corruzione dilagante.

La regia è ottima e rafforza il dipanarsi degli eventi e la ricostruzione dell’ambientazione storica, inoltre gli eventi drammatici, vi ricordo assolutamente reali, sono raccontati in modo così crudo ma nello stesso tempo lucido e commovente. L’interpretazione di Angelina Jolie è più che positiva come quella di tutti i personaggi di contorno.

Chiaramente la vicenda lascia spazio anche alla suspance e quindi alcuni episodi possono sembrare cuciti apposta per il pubblico ma al di la di qualche accento retorico la narrazione rimane sempre su ottimi livelli, tenendo incollati alla poltrona. Insomma un gran bel film che merita il mio entusiasta 8.5
Alla prossima

12 novembre 2008

Quantum of Solace

Titolo: Quantum of Solace
Usa/GB 2008
Regia: Marc Forster
Interpreti: Daniel Craig, Olga Kurrlenko, Mathieu Amalric
Voto del Pianista: 6.5



Non poteva mancare per un fan come me la visione istantanea dell’ultimo 007. Il ventiduesimo.
Infatti sono già corso al cinema.
Che dire? “Quantum of Solace” è il secondo film che vede l’ottimo Daniel Craig vestire i panni di James Bond e inizia proprio nel punto dove era terminato il precedente.
Qui sta il punto direbbe il Bardo.
Il film infatti lascia perplessi in fatto di originalità e di profondità della sceneggiatura nel approfondire situazioni, ironie tipiche e personaggi.

Sembra un passaggio tra il precedente ottimo “Casino Royale” e ciò che accadrà in futuro non si sa quando.
Non delude gli appassionati del mito Bond sotto l’aspetto dell’incedere incalzante degli eventi e della roboante festa di inseguimenti, lotte ed effetti adrenalinici a cui aggiungere la positiva presenza di Craig, – a mio avviso il migliore interprete dopo il mitico Sean Connery - che aggiorna ai nostri tempi un personaggio meno ironico ma più cupo e vendicativo.

Purtroppo i lati positivi si fermano qui e la storia, che dovrebbe muovere a accrescere lo spessore dei personaggi dal cattivo di turno Mathieu Almaric - non propriamente in parte - alla Bord Girl Olga Kurylenko, in realtà non riesce nell’intento trasformando “Quantum of Solace” in un normale, seppur ben realizzato, action movie.
Da 007 mi aspettavo qualcosina di più e “Casino Royale” rimane una lunghezza avanti.
Sarà per la prossima volta per ora basta un 6.5.

alla prossima

05 ottobre 2008

Il papà di Giovanna



Titolo: Il papà di Giovanna
Ita 2008
Genere: Drammatico
Regia: Pupi Avati
Attori: Silvio Orlando, Alba Rohrwacher, Francesca Neri, Ezio Greggio, Serena Grandi
Voto del Pianista: 7=
*******************************
Il solito Pupi Avati abile nel descrivere storie, ambientazioni e rapporti tra le persone soprattutto se "perdenti", ci regala un bel film emozionante ed intenso anche se imperfetto.

La storia narra della tormentata vicende di questo padre – Silvio Orlando - che, nell’Italia fascista del 1938, si spinge oltre il limite per il bene, almeno cos’ lui crede, della figlia con problemi psichiatrici. Immerge la propria esistenza nelle attenzioni e nell’educazione di questa ragazza, creando però aspettative che sfociano inevitabilmente in un disastro. Questo è il di questa opera che attraversa e fonde alla tragedia famigliare, la tragedia di un paese in guerra.

Ottima recitazione di tutti gli attori, da Orlando vincitore a Venezia, a Francesca Neri, la sua distaccata e infelice moglie, da Alba Rohrwacher, la figlia psicolabile e assassina, a Ezio Greggio nel suo primo ruolo drammatico, misurato e bravo anche se con molta strada davanti.
Efficace l’ambientazione storica se rimaniamo nell’ambito della ricostruzione di ambienti e situazioni dell’epoca, dalla Bologna fascista, ai manicomi, dal tribunale, alla scuola, alle abitudini domestiche.

Fin qui i pregi. Non mancano però i difetti.
Il principale sta proprio nella fusione tra dramma privato e dramma storico. Se la ricostruzione “ambientale è ottima, risulta invece quella “storico-morale” un po’ troppo frettolosa e sbrigativa. Alcuni passaggi dell’Italia che entra in guerra, della Bologna bombardata, dei processi sommari durante la liberazione mi hanno lasciato perplesso.
In secondo luogo alcune caratterizzazioni di personaggi di contorno, la madre della ragazza uccisa ad esempio, ed alcuni dialoghi, come il distacco del macellaio e dei clienti in negozio nei confronti del “padre della pazza”, mi sono sembrati macchiettistici e tagliati un po’ con l’accetta.
Confesso poi, dato il mio rincoglionimento, di non aver ben compreso la scena della fucilazione, il cui esito poco credibile, mi ha dato l’impressione di un qualche significato onirico, seppur dagli esiti ben tangibili. Comunque non ho capito questa parte e quindi la mia interpretazione potrebbe essere sbagliata.
Anche il finale mi è sembrato caserecciamente buonista.

Rimane nonostante alcuni difettucci un bel film da vedere che non mancherà di fornire quel tocco di emozioni di cui abbiamo tanto bisogno.
Il mio voto è 7= (come a scuola suor Gelmina insegna)
Alla prossima

01 luglio 2008

12



Titolo: 12 razgnevannyh muzhchin
Russia 2007
Genere: Drammatico
Durata: 153'
Regia: Nikita Mikhalkov

Cast: Nikita Mikhalkov, Sergei Makovezkij, Michail Efremov, Sergei Garmash, Viktor Verzhbitsky, Aleksei Petrenko, Valentin Gaft, Yuri Stoyanov, Sergei Gazarov
Voto del Pianista : 7.5


Nikita Mikhalkov riprende il celeberrimo film di Sidney Lumet "La parola ai giurati" del 1957(che vi consiglio vivamente) e ci regala un grande film. Parlare di remake è riduttivo anzi raggiunge il livello dell’originale aggiungendoci qualcosa.

Escludendo qualche ben girato flashback di guerra e terrore in Cecenia, la pellicola è ambientata quasi interamente in una decadente palestra della Mosca di oggi, con i suoi molti vizi e poche virtù, dove dodici giurati sono riuniti per decidere la sorte di un giovane Ceceno accusato di aver ucciso il patrigno ex colonnello dell’armata rossa. Il caso sembra scontato ma uno dei giurati si schiera per l’innocenza, in un primo tempo più per pietà che per convinzione, dando inizio ad una serrato dispiegamento di dialoghi, monologhi, teorie, che portano via via gli altri a cambiare la loro opinione, inizialmente basata su pregiudizi, ottusità quasi razziste, o nel migliore dei casi sul pressappochismo processuale e la fretta di tornare in poche ore alle proprie esistenze.

L’ambiente claustrofobico in cui si dibatte aspramente per due ore e mezza abbondanti non appesantisce un film ricco di ottimi attori, stupendi dialoghi e un ritmo serrato in cui tutti i protagonisti che sembrano inizialmente anonimi e desiderosi di finire in fretta il loro lavoro di giurati, mettono poi a nudo le loro debolezze e i loro scheletri nell’armadio. Tutto questo aiuta a far luce su una verità che il pregiudizio e la faciloneria rischiavano irrimediabilmente di nascondere.

Il susseguirsi di interventi e rivelazioni di ogni giurato caratterizzano una variegata umanità dolente, dal taxista razzista al chirurgo georgiano, dal fragile produttore televisivo al ricco e cinico gestore di cimiteri, dall'operaio della metropolitana all’ebreo saggio ai due personaggi chiave, l’inventore perdente e depresso – che poi è l’innocentista che non permette un verdetto immediato e affrettato - e l'ex-generale comunista interpretato dallo stesso Mikhalkov.
Meglio non svelare nulla di più per non rovinare la sorpresa.
Forse l’unico difetto di questo splendido film è proprio nell’eccessiva istrionismo teatrale di alcuni monologhi che potevano essere asciugati facendo durare il film , che comunque tiene incollati alla poltrona, qualcosina di meno.
Il voto è un 7.5 più che meritato.


Alla prossima

19 giugno 2008

I migliori di sempre secondo L'AFI


L’American film Institute ha stilato la classifica dei
film più belli di tutti i tempi suddivisi tra dieci categorie. L’ennesima classifica che comprende credo un centinaio di titoli. Personalmente credo che abbiamo scelto il vincitore in ogni categoria in modo più che degno anche se alcuni generi non mi sembrano rappresentate, come i film di guerra che sarebbero stati validamente rappresentati da più di un titolo.

Ed ecco quali sono le prime dieci pellicole.

Film d'animazione: Biancaneve e i sette nani (1937)
Fantasy: Il mago di Oz (1939) , questo non l'ho mai visto nemmeno per sbaglio.
Fantascienza: 2001.Odissea nello spazio (1968) del buon Stanley
Sport: Toro Scatenato (1980) di Scorsese
Western: Sentieri Selvaggi (1956) di Jonh Ford
Gialli: Vertigo (1958) del grande Hitch
Commedie: Luci della città (1931) di Chaplin
Drammatici: Il buio oltre la siepe (1962) di Robert Mulligan
Epici: (ma che categoria del lella) Lawrence d'Arabia (1962)
Gangster: Il padrino (1972) firmata da Francis Ford

Tra questi scegliere il mio preferito è decisamente dura. Dopo un’attenta valutazione e quattro basette sudatorie, cito a sorpresa, Vertigo.

Dite la vostra.

Alla prossima

06 giugno 2008

Il divo Giulio


Titolo originale: Il Divo
Italia 2008
Genere: Drammatico
Durata: 110'
Regia: Paolo Sorrentino

Cast: Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Giulio Bosetti, Flavio Bucci,
Voto del Pianista: 7+

Periodo di vacche grasse per il cinema Italiano. Dopo Gomorra con il suo terribile ritratto documentaristico di una realtà sempre nelle cronache (voto 7+) anche il Divo di Paolo Sorrentino, sta riscuotendo un meritato successo.
Lo sapete tutti. Giulio Andreotti, è lui il protagonista, con i suoi segreti, le sue battute argute, la sua corrente, la sua potenza quasi indefinita. E stato il politico cha è sopravvissuto a tutto, l'unico a saper resistere quando gli altri cadevano sotto gli avvisi di garanzia, l'unico uscito indenne dalla Prima Repubblica, l’unico su cui tutto è sempre scivolato via.
Temporalmente il film si snoda tra il 1992 e il processo di mafia concluso con l’assoluzione. Un lungo serpentone di personaggi, fatti e fattacci, morti e stragi della nostra italia .

Il film alterna pubblico e privato, fornendoci un ritratto di Andreotti, l’uomo più potente e longevo della nostra Repubblica, l’uomo che non doveva nemmeno parlare per far si che qualcosa succedesse o qualcuno, magari della sua corrente vero e proprio scudo privato, si muovesse. Montanelli disse"Andreotti è stato o il più scaltro criminale o il più grande perseguitato della storia d’Italia".
Paolo Sorrentino ci regala una pellicola ironica e incalzante con un sorprendente utilizzo della macchina da presa.
Bravo Servillo nel tratteggiare un personaggio difficile senza cadere nella caricatura alla “bagaglino”
Non ci si diverte, si esce dalla sala quasi afflitti. Non perché il film deluda, anzi, ma perché è questo Paese che delude ogni volta di più.

Da segnalare il bellissimo monologo Andreottiano in cui possiamo udire la seguente frase
"Nessuno sa quanto si debba amare Dio per capire che bisogna perpetrare il Male al fine di salvaguardare il Bene".

Forse questa è la sintesi di tutto. Voto 7+

Alla prossima

09 aprile 2008

Gone Baby Gone


Titolo: Gone baby Gone
Usa 2007
Genere: Thriller
Regia: Ben Affleck
Cast: Casey Affleck, Morgan Freeman, Ed Harris, Amy Ryan, Michelle Monaghan
Voto del Pianista:
7



Non so se è questo è il film del mese per i veri critici ma sicuramente “gone baby gone”è la mia, personale sorpresa del mese di Aprile.
Sorpresa perché questa pellicola uscita in sordina in Italia, a Milano è in una sola sala, rappresenta un ottimo film, dalle atmosfere e descrizioni simili a Mistic River. E’ tratto infatti da un romanzo dello stesso autore e ambientato nei quartieri periferici di Boston.
Sorpresa perché raramente in un film che dovrebbe essere solo di “genere” si intuiscono così bene le descrizioni della miseria umana dei bassifondi, della povertà d’animo di persone anche normali che può nasconde la complessità del male.
Sorpresa perché per due terzi prevale un racconto deciso su questioni morali e temi delicati come il rapporto adulti/bambini affrontati in modo intelligente.
Sorpresa perché il regista esordiente è la star Ben Affleck che, alla prima prova dietro la macchina da presa, non se la cava niente male. Gli consiglio di insistere perché è meglio come regista che come attore. Certo non è Clint….
Sorpresa perché il protagonista Casey Affleck, che è il fratello minore di Ben – caso di nepotismo degno di un ASL Italiana – è in realtà molto bravo e misurato. Un ragazzo normalissimo, quasi timido. che fornisce spessore ad un personaggio tormentato e indeciso, ma capace di scelte personali e morali molto forti.
Sorpresa, no questa non lo è, perché compaiono in ruoli importantissimi due grandi attori come Ed Harris e Morgan Freeman, che il loro dovere lo sanno fare bene. Tra l’altro l’attrice Amy Ryan, nel ruolo della madre della bambina rapita, si è guadagnata per questa interpretazione la candidatura all’Oscar.
Sorpresa perché anche l’ultima mezz’ora, la più convenzionale con i colpi di scena e le spiegazioni del thriller vero e proprio, pur nella sua eccessiva complessità e qualche incongruenza tesa a sorprendere per forza, riesce comunque discretamente nel suo intento, lasciando sospesa la questione morale..
In definitiva se riuscite a correre nell’unica sala che si è degnata di metterlo in cartellone, vi consiglio di farlo.
Ecco il link per la trama
alla prossima

24 febbraio 2008

Non è un paese per vecchi



Titolo: Non è un paese per vecchi
Genere: Thriller
Regia: Ethen e Joel Coen
Interpreti: Tommy Lee Jones, Javier Bardem, Josh Brolin
Voto del Pianista: 8



Ecco il film del mese. Trovato proprio nel fine settimana in cui di consegneranno gli Oscar. Sarà un caso?
Vedremo domani mattina a chi verranno consegnate le statuette, per intanto vi consiglio di fare un girettino nel paese per vecchi – per la trama ecco il link - e nella sua follia inarginabile perché ne vale la pena.
Può sembrare un film di genere ma in realtà è una grande opera quella dei fratelli Coen, film che brilla per arguzia, dialoghi perfetti, e inquadrature magistrali.
Pure in un quadro di crudezza e violenza folle, clamorosa la prova a tal proposito di Javier Bardem nel ruolo del killer psicopatico, il film riesce a strappare perfino dei sorrisi grazie ad una sceneggiatura perfetta. Ogni personaggio, ogni dettaglio sono ben definiti.
Non una cosa è fuori posto ed anche il finale poetico e rassegnato, a pensarci bene, rende onore ad un opera sopra le righe in senso positivo. Ottima la fotografia.
Il voto tocca un bel 8
Alla prossima

08 gennaio 2008

La promessa dell'assassino

Titolo: La promessa dell'assassino - Eastern promises
GB/USA/Canada 2007
Regia: David Cronenberg
Cast: Naomi Watts, Viggo Mortensen, Vincent Cassel, Armin Mueller-Stahl


Voto del Pianista: 8-


Dopo un lungo silenzio cinematografico mi è tornata la voglia di consigliare un film. Il merito è tutto da attribuire a David Cronenberg e al suo Eastern promises.

Finalmente esco da un cinema pienamente soddisfatto e quindi lasciatemi riversare su di voi tutta la gioia.

La promessa dell'assassino, per la cui trama vi lascio a questo link, è un bellissimo noir, estremamente crudo e coinvolgente ma allo stesso tempo essenziale e senza fronzoli.
Il male che ci circonda e la questione morale raccontati in modo complesso e teso, con la consueta cronenbergiana stratificazione dei personaggi che, per vari motivi, hanno qualcosa da nascondere e una doppiezza d'animo causata dagli eventi che li cambiano e gli impongono scelte.

L'ottima caratterizzazione dei personaggi è aiutata dall'interprertazione vigorosa di Viggo Mortensen (7.5) , a quella misurata di Nomi Watts (7) e da quell istrionica di Vincent Cassel (7).
La regia, oltre che le ottime cupe inquadrature e l'efficace montaggio, fanno fare bella figura figura perfino al signor Bell...emh Cassel.

Occhio alla scena dell'agguato nel bagno turco. Il rumore delle lame ed il colore del sangue mettono i brovidi. Una scena che entra di diritto negli annali del genere.

La promessa dell'assassino, ed il suo regista, si meritano un bel 8-

alla prossima

16 aprile 2007

Le vite degli altri, per nostro piacere

Titolo: Le vite degli altri - Das leben der Anderen
Germania 2006
Genere: Drammatico
Regia: Florian Henckel von Donnersmarck
Cast: Urlich Muhe, Martina Gedeck, Sebastian Koch
Voto del Pianista: 8+
Con un lancio come quello del Compagno nel suo blog non potevo non scattare sull'attenti e scrivere due righe per invitarvi alla visione di questa opera emozionante e bella.
L’esordiente regista Florian Henckel von Donnersmarck ci regala
un film splendido, altamente coinvolgente, che grazie ad una sceneggiatura scritta alla perfezione ed ad ottime interpretazioni degli attori, Urlich Mühe (Gerd) su tutti , ma anche l’ottimo Sebastian Koch (Georg) rende al meglio l’ atmosfera di quella Berlino degli anni 80 in piena guerra fredda, con un regime scricchiolante nella sua staticità morale che pretende di controllare tutto e tutti avvolgendo le vite ed i cuori di tutti in una cappa Kafkiana.
Il regista ci racconta una storia dalle tinte sfocate senza calcare la mano su toni in cui sarebbe fin troppo facile cadere, ma descrivendo la banalità dell’essere in quei luoghi, in quel periodo. Protagonisti che invertono la loro rotta morale, fragili nelle loro emozioni, intersecando esistenze e sensazioni. Dall’agente diligente e scrupoloso le cui verità vacillano mentre indaga come un occhio letale sulla coppia, ai due perseguitati le cui difficoltà porteranno a scelte e consapevolezze differenti, al bieco ministro che per un suo capriccio pretende di entrare in quella sfera in cui si ruba sia il tempo che lo spazio, in cui l’uomo non esiste più.

Alcune scene sono da antologia, fatico ad aggiungere altro se non che questo è il più bel film cui ho potuto assistere negli ultimi mesi, e che nel suo attraversare molti generi, riesce a tener desta l’attenzione in un crescendo di tensione degno dei migliori thriller, lui che thriller non è di certo, fino ad un finale poetico, triste e speranzoso allo stesso tempo.
Fino a qui la mia opinione ora, in breve la trama senza esagerare. Siamo negli anni Ottanta, il drammaturgo di successo Georg Dreyman e la sua compagna l’ attrice Christa-Maria Sieland, vivono a Berlino Est e conducono una vita agiata anche perché è lui considerato tra i più importanti intellettuali della DDR, apprezzato anche all’estero. Un giorno il ministro della cultura assiste ad uno spettacolo dell'attrice e se ne innamora innescando una spirale che porterà la Stasi attraverso uno dei suoi migliori agenti, Gerd Wiesler, a spiare la coppia in ogni loro dialogo o movimento, rendendo il luogo della loro intimità come un teatro pubblico, nella speranza di trovare qualcosa di compromettente. Quello che Gerd vede e ascolta gli cambierà la vita e cambierà il destino dei personaggi…..altro è bene non aggiungere per non rovinare una storia tutta da assaporare.

Il voto è 8+ meritatissimo.
alla prossima

01 aprile 2007

Goodbye Bafana, un film da mostrare a scuola


Titolo: Il colore della libertà - Goodbye Bafana
Germania/Belgio/Sud Africa/G.B./Lussemburgo 2007
Regia: Billie August
Cast: Joseph Fiennes, Dennis Haysbert, Diane Kroger
Voto del Pianista (incattivito): 6.5


Ci sono film che si ricordano più che per la qualità artistica e tecnica, per le emozioni che ti lasciano e per il messaggio che può aiutare a capire meglio alcune dinamiche e alcuni modi di ragionare presenti ancor oggi.
Questo è uno di quelli. Un film che ci ricorda come i destini comuni di tutti noi su questo pianeta dovrebbero appianare discriminazioni di ogni genere.
Dopo un lungo silenzio e qualche mezza delusione cinematografica – Hollywoodland (6+), Morte di un presidente (6), Intrigo a Berlino (5.5) - torno con una critica personale in una veste un pochino più cattiva. Credo che questo film meriti questo uno sforzo.
Lo sfondo è il Sudafrica dell’apartheid cin quello che ne consegue. La storia di Nelson Mandela vista dagli occhi del suo carceriere, dal 1968 al giorno della sua liberazione. James Gregory arriva come guardia addetta alla censura nel carcere speciale di Robben Island. Le convinzioni sue e di sua moglie Gloria sono decisamente a favore dell'apartheid. A Robben Island avrà modo di conoscere Nelson Mandela che progressivamente gli farà mutare atteggiamento nei confronti dei neri, tanto che verrà allontanato dal suo servizio e metterà a repentaglio la sua carriera. Poi la storia del film e del Sudafrica farà il suo corso verso un nuovo paese e un nuovo Gregory.
Il film, toccante e incisivo, ha alcuni difetti. Condensando in due ore quasi trenta anni di storia del Sudafrica, tende a limare troppo certe sfumature semplificando motivazioni e azioni mentre accentua forse eccessivamente le peculiarità dei diversi personaggi con situazioni, dialoghi e recitazione un pochino troppo esplicite. Il film rispetta tutti i canoni di questo genere e per farlo sconfina a volte nell’ovvietà e nella troppo netta demarcazione bene-male, con repentini ravvedimenti. Tuttavia questo film ha un grande merito. Racconta un periodo di storia recente che dovrebbe sempre rimanere impresso nella memoria, soprattutto di chi non ha vissuto ancora, ma forse potrebbe vivere in futuro, storie di integrazione e di civile convivenza. Ritornando al caldo tema dei giovani che seguono la De filippi e vivono con una protesi chiamata cellulare, io propongo di proiettare questa opera nelle scuole. Per conoscere, per ricordare. Non è un capolavoro ma potrà avere una grande importanza. Ovviamente al Cinema oltre a me e al Compagno ho visto solo vecchietti o quasi. Forse gli under 30 erano qualche metro più in la, fuori dalle messaggerie musicali…..

Il voto è un 6.5 sotto l’aspetto tecnico/qualitativo ma lo consiglio comunque vivamente per la bellezza della vicenda raccontata. Considerate altresì che il soggetto prende forma partendo da presupposti autentici. James Gregory è realmente esistito, è morto di cancro nel 2003 e la sceneggiatura è tratta dal libro delle sue memorie. Motivo in più per interessarsi a questa produzione.
alla prossima

26 novembre 2006

Flags of our fathers



Titolo originale: Flags of Our Fathers.
Usa 2006
Genere: Guerra, storico
Durata: 132 min.
Regia: Clint Eastwood
Interpreti: Ryan Phillipp, Jesse Bradford, Adam Beach, Jonh Benjamin

Voto del Pianista: 8-

Vi mancavano le mie recensioni? No? Beccatevi questa, del resto un film sulla seconda guerra mondiale non potevo certo lasciarmelo sfuggire. Parlando poi di una pellicola di Clint Eastwood, artefice ultimamente dei bellissimi Mistic River e Milion dollar baby nutrivo grande curiosità, ovviamente soddisfatta alla grande dal sempreverde, anzi sempre più verde Clint.
Questo è un bellissimo film di guerra raccontato con amaro cinismo che alla leggenda e alla mitizzazione preferisce anteporre la storia dei morti, della propaganda, degli uomini e ci lascia dentro una certezza. La guerra è una tragedia che non abbandona mai nel tempo i suoi protagonisti.
Il motore della storia è la famosissima foto che venne scattata durante la Battaglia di Iwo Jima nel Febbraio 1945, che ritraeva sei soldati americani uniti nello sforzo di innalzare la bandiera a stelle e strisce, sopra il monte Suribachi, teatro di un aspra e sanguinosa battaglia. Quell’ immagine divenne un simbolo al di la dei suoi meriti, perchè fece subito il giro dell’America ben pompata dai media e dal mondo politico che dovevano sostenere un paese in difficoltà. La foto ebbe un incredibile effetto “mediatico” come usa dire oggi, e divenne il simbolo dell'orgoglio americano, riuscì a risollevare lo spirito di un popolo e della Nazione e portò nuova speranza oltre che il denaro necessari per una possibile vittoria finale.
Ma cosa c’è dietro a questa foto? E prima? E dopo? Cosa venne tenuto nascosto per non intaccare l’eroismo di facciata che serviva ai politici per richiedere ai cittadini Americani dei fondi per finanziare l’ultima parte della guerra? Il buon Clint ci regala una storia sulla finzione dei media, sul cinismo dei politici sul potere che hanno sulla gente, e ci regala una storia sul razzismo, le diversità, la solitudine, le promesse non mantenute. Quello che ci regala è anche un bel film di guerra molto teso e avvincente, ma anche amaro e autocritico.
La guerra sta volgendo al termine e l’America è in difficoltà finanziaria oltre che morale. Gli unici tre sopravvissuti alla battaglia, protagonisti di quella foto, sono costretti loro malgrado ad intraprendere un tour promozionale per la raccolta di fondi, esibiti in pubblico come gli eroi di Iwo Jima, quasi fossero macchiette. Conta la forma, non la sostanza e nessuno tra i politicanti si cura di restituire una vita ai tre soldati o di ricordare i morti, e magari i veri eroi, di quella battaglia, o di eventuali scambi di persona, o di una prima vera bandiera poi sostituita da quella immortalata quasi casualmente, o del fatto che quando fu scattata la foto la battaglia era solo all’inizio ed infatti molti protagonisti morirono nelle ore e nei giorni successivi. La bandiera fu issata all’inizio della battaglia e divenne il simbolo della conquista del monte, ma la battaglia terminò quasi un mese dopo, quando molti protagonisti, erano morti e dimenticati sul quel maledetto isolotto.
Attraverso i ricordi dei tre reduci vengono presentate le scene di battaglia ben girate e di grande impatto visivo, con un ottimo montaggio ed un ottimo uso della camera che riesce a regalare un grande impatto visivo ma anche emotivo anche grazie all’uso particolare dei colori e delle sfumature. Si intersecano le crude scene forti della guerra al piatto e lento viscidume della politica e di un America vogliosa di eroi per continuare la battaglia ed arrivare fino in fondo.La ricostruzione è fedele, quasi fredda ed impietosa nei confronti di un paese , capace di osannare un soldato pellerossa come un eroe ed un minuto dopo non permettergli l’ingresso in un bar a causa del colore della sua pelle.
Questa è la guerra secondo Clint, un ottimo film ben più intenso e di spessore rispetto al soldato Ryan di Spilberg, quindi una sbirciatina vale veramente la pena. Voto 8-.
Alla prossima

30 ottobre 2006

The departed - Il bene e il male


Titolo: The departed (usa '06)
Genere: Drammatico
Durata: 149'
Regia: Martin Scorsese
Attori: Leonardo Di Caprio, Matt Damon, Jack Nicholson,Martin Sheen, Alec Baldwin
Voto del Pianista: 8.5


Finalmente un grande film vecchia maniera. Sgombriamo il campo da dubbi, Martin Scorsese ci regala un capolavoro, dopo le incertezze di “Gangs of new york” e “Aviator”. The Departed è uno dei suoi migliori film di sempre, tanto bello da poter entrare nel cerchio dei film migliori degli ultimi anni, pur dovendo scontare il marchio di essere un film di genere.

L’opera di Scorsese porta con se un ritmo serratissimo, un intreccio coinvolgente portato agli occhi del pubblico con la solita grande maestria, forse anche meglio di altre volte. La sceneggiatura, complice l’ambientazione azzeccata nella comunità irlandese di Boston, è corposa e affrescata con ottimi dialoghi, inoltre tutto viene reso più facile dalla grande prova degli attori, Jack in primis. La trama? Difficile sintetizzarla. Le vite di due poliziotti, Di Caprio e Damon, si intrecciano drammaticamente con quella di un boss della malavita, Nicholson. C’è una talpa nella polizia che aiuta il boss, c’è un poliziotto infiltrato nella banda del boss, c’è un boss che usufruisce dei servizi del “suo”poliziotto ma che sa, pur senza individuarlo che un poliziotto si è infiltrato nella sua banda. Doppie e triple personalità tutti, sanno ma nessuno si conosce. I nemici sono li a contatto, collaborano tra loro , si mentono, si fidano. Chi sono i traditori, dove è il bene e dove il male, sono domande che troveranno risposta in un culmine di tensione dopo una ritmata corsa contro il tempo.
Il totale crescendo drammatico non può che portare ad un finale definitivo, un bagno di sangue, una resa dei conti in stile Shakesperiano.
L’Unica piccola pecca che lascia un po’ di polvere sopra la giacca è il sapere che una sceneggiatura simile diventò già un ottimo film girato ad Hong kong nel 2002. Scorsese ne riprende l’idea di base, pur adattandola.
Grande prova di Jack Nicholson, intenso e cattivissimo, ma anche misurato e in parte meglio che nelle sue ultime performance. Personalmente mi è piaciuta anche l’interpretazione di Leo Di Caprio, finalmente maturo e con un ruolo difficile e intenso. Di rilievo la presenza in ruoli minori, ma non troppo, di grandi attori come Martin Sheen o vecche volpi come Alec Baldwin. Siamo alle solite, probabilmente il gasamento che sto sprizzando da ogni poro è dovuto al fatto che questo è “il mio genere”. Ad ogni modo non credo di esagerare nel raccomandarvi la visione, non capita spesso di vedere film di questa fattura, correte al cinema…siete ancora li? Acc….parla,parla mi sto dimenticando il voto…, facciamo un limpido 8.5

01 ottobre 2006

The Black Dahlia

Titolo: The Black Dahlia

Genere: Poliziesco, Drammatico. USA 2006

Regia: Brian De Palma

Cast: Josh Harnett, Aroon Eckhaert, Scarlett Johansson,Hilary Swank,Mia Kirshner

Voto del Pianista:6+

Si torna alle buone abitudini, alle recensioni cinematografiche. Attendevo da tempo l’uscita di “The black Dalia”, film che suscitava in me interesse per quattro ragioni. La prima, il ritorno alla regia del maestro Brian De Palma. La seconda, la storia è tratta da un romanzo di James Ellroy, scrittore maledetto autore tra gli altri di L.A. Confidential da cui anni fa è stato tratto un ottimo film. Terza ragione, il genere noir con ambientazione datata, genere da me sempre amato. Quarta ragione la presenza della bella Scarlett Johansson
Il film è ambientato nella torbida Hollywood di fine anni ’40 dove i sogni spezzati di aspiranti attori, la malavita organizzata, il mondo finto e reale, si intrecciano in una matassa torbida e perversa. Il brutale omicidio di Elizabeth Short è lo spunto da cui prendono strada le vicende di Bucky (interpretato da Josh Hartnett ) e Lee (Aroon Eckhaert) due poliziotti amici e innamorati della stessa donna Kay Lake (Scarlett Johansson).
La storia si complicherà terribilmente, in un intreccio ficcante e sorprendente e sconvolgerà le vite dei protagonisti.
Difficile per il regista il compito di condensare il romanzo di Ellroy, in sole due ore. Il risultato è stato buono.
Trama corposa, ben descritta, ambientazione cinica, complesse personalità dei personaggi per cui nessuno può dirsi innocente. Realismo di un mondo, quello del cinema, dove ai sogni di aspiranti attori si trasformano in incubi senza fine, perversioni e violenza. I diversi piani della storia sono trattati con classe da un De Palma abbastanza in forma. Attenzione, non paragonatelo a LAC, anche se alcuni punti in comune, un senso di decadenza e violenza la promiscuità in cui i rapporti umani sono difficili e molto complessi.
Tutti i personaggi nascondono agli altri parte della verità, in un gioco reciproco d’inganno. Buoni gli interpreti soprattutto, a mio avviso, il cast femminile. Discreta Scarlett Johansson, Brava Hilary Swank, valorizzata dalla parte, e particolare Mia Kirshner la vittima, la Dalia Nera che compare post mortem, nei squallidi provini cinematografici.
Per concludere qualche lato negativo, ho trovato a tratti lenta e slegata la prima parte che non riesce immediatamente a coinvolgere lo spettatore. Alcune situazioni mi sembrano troppo caricate ed accentuate e De Palma ha cercato di imitare in una scena la tensione de “Gli intoccabili” nella parte della stazione, senza riuscirci appieno.
Molte luci ma qualche ombra per un bel film stilisticamente abbastanza valido ma che non finisce di entrarmi nel cuore, come l’inavicinabile L.A. Confidential. Voto complessivo? Diciamo 6+.
Chissà se il famoso uomo ico che era a vedere il film al Cinema seduto dietro al Pianista sarà del mio stesso parere? Può intervenire se crede…
Alla prossima

11 luglio 2006

United 93, quella mattina di Settembre


Titolo originale: United 93
Nazione: Gran Bretagna, U.S.A.
Anno: 2006
Genere: Drammatico
Durata: 105'
Regia:
Paul Greengrass
Cast: Lewis Alsamari, Cheyenne Jackson, Trish Gates, Khalid Abdalla, Opal Alladin

Voto del Pianista: 7+


Archiviato il trionfale mondiale tricolore e con esso le mai sopite e ficcanti polemiche blogghiste, scocca l’ora di un pronto ritorno alle sane abitudini. La televisione vi annoia con le repliche delle gemelle Kessler? Correte al cinema a godervi un buon film, con aria condizionata annessa.
Io l’ho fatto e vi propongo questa scelta che è spiazzante. United 93, il primo film che ricostruisce le vicende dell 11 Settembre 2001, ma con un occhio particolare.
Dal titolo potrebbe sembrare il solito disaster movie, una volta conosciuto l’argomento potremmo sentire puzza di retorica a stelle e strisce. Invece niente di tutto questo.

Il film narra le vicende del famoso quarto aereo, quello precipitato in Pennnsylvania, almeno questa è la verità ufficiale, senza colpire il suo obbiettivo presumibilmente il Campidoglio o la Casa Bianca, grazie alla ribellione dei passeggeri. La retorica e l’eroismo facile erano in agguato e qui si insinua la bravura del regista che racconta la storia dal punto di vista dei protagonisti, i passeggeri, i terroristi, i controllori di volo, i militari spiazzati con una regia con stile da documentario ma coinvolgente , un montaggio frenetico e uno carattere sobrio.
Niente fronzoli, niente super effetti speciali, niente eroi. Nessun personaggio ci viene presentato nella sua vita privata, tutti appaiono sullo stesso piano senza caratterizzazioni tese a creare protagonisti o livelli diversi.
Anche l’imbarco è un semplice passaggio in cui si può solo intuire, non capire. Proprio come nella realtà quando si aspetta di salire a bordo, scrutando i visi degli altri passeggeri. Le vicende si snodano in tempo reale raccontando cronologicamente i fatti accaduti in quelle due ore come fossero in diretta, due ore in cui l’America si svegliò dal suo torpore senza capire il perché di un mancato intervento dei caccia e i motivi di tanta disattenzione, di un grande vuoto di potere che causò una falla incredibile. Fino all’epilogo, in cui i passeggeri, presa coscienza della fine che li attendeva decisero di agire, coordinandosi senza successo. Greengrass, durante la lavorazione del film, ha avuto il sostegno dei parenti delle vittime, i quali hanno fornito al regista ogni sorta di informazione circa i loro congiunti, le loro ultime telefonate dall’aereo, permettendo una ricostruzione accurata e quasi documentaristica di quel triste mattino di settembre.Il risultato è toccante e ben riuscito senza accuse o teorie rivoluzionarie e senza cadere nella retorica. I fatti, solo quelli, come li hanno vissuti i protagonisti, terroristi compresi. Altra nota di merito la presenza di attori semisconosciuti e perfino di veri controllori di volo che impersonano loro stessi quella mattina. Il 7+ è meritato, se poi non credete alla tesi ufficiale, chissà magari i caccia non erano poi così fuori rotta....
Alla prossima...ma con i piedi ben piantati a terra.

21 maggio 2006

Il Codice Da Vinci



Titolo originale: The Da Vinci Code
Nazione: U.S.A.
Anno: 2006
Genere:Thriller, Drammatico
Durata: 148'
Regia: Ron Howard

Cast:Tom Hanks, Jean Reno,Audrey Tautou, Alfred Molina, Paul Bettany
Voto del Pianista: 6=

Eccolo finalmente. Il film evento dell’anno, così perlomeno sperano i produttori, tacciato di blasfemia e tratto dal chiacchierato best seller di Dan Brown Della storia sapete tutto, ci ha speso una puntata perfino l’eterno Bruno Vespa, quindi è inutile dilungarsi su una trama conosciuta e vivisezionata in ogni lato del globo.
Per descrivere e giudicare l’opera di Ron Howard cerco proprio di fingere non solo di non aver letto il libro, ma nemmeno di aver mai udito una sola goccia del mare di polemiche di questi mesi. Solo così si può non venir distratti nel giudizio.
Quali sono dunque le vere origini della religione cristiana e cosa si cela dietro al Santo Graal?
Direi che si cela un po’ di noia. Il film, pur mantenendo le caratteristiche essenziali del genere e rispettandone i canoni classici, non riesce sempre a tenere un ritmo alto e sfruttare un racconto comunque pieno di fascino e ricco di emozioni.
L’adattamento di Howard è molto fedele al libro ma, forse preoccupato nel descrivere bene trame ed enigmi a sfondo religioso/storico, si dilunga nell’aspetto verbale , lasciando cadere il ritmo e la suspance. Se a un film del genere viene a mancare, a tratti, la tensione non si può non rimanere perplessi.
Anche nelle evoluzioni della camera da presa si sente che manca qualcosa, rispetto ai maestri del thriller che, con il giusto utilizzo dei primi piani, un inquadratura particolare o con la giusta fusione delle immagini con la colonna sonora, riescono a tenere inchiodato lo spettatore alla poltrona.
Anche dalle interpretazioni di attori di gran classe ci si poteva aspettare uno slancio maggiore. L’unico dei protagonisti che da il meglio di se è Jean Reno nella parte di Bezu Fache. La coppia di protagonisti, Tom Hanks e Audrey Tautou, non sembra ben amalgamata anche a causa di dialoghi non sempre esaltanti. Alcune scene sono incredibili , il cadavere del curatore lasciato incustodito dalla polizia che insegue Langdon oppure la chiacchierata tra Remy e il “maestro” che dura 40 secondi senza che si sentano le risposte dell’interlocutore per non farne smascherare l’identità che poi viene scoperta pochi secondi dopo.
In definitiva un film che vedranno in tantissimi, con vari difetti, che risulta un discreto thriller in cui tutti potevano e dovevano dare qualcosa di più, per renderlo un bel film.
Il voto? Sono in difficoltà, diciamo un tranquillo 6=.

Alla prossima

20 aprile 2006

Inside man....super Spike


TITOLO ORIGINALE Inside Man (USA 2006)
DURATA 129 min.
GENERE Drammatico, Thriller
REGIA Spike Lee

PROTAGONISTI Denzel Washington. Clive Owen, Jodie Foster, Williem Dafoe, Cristopher Plummer
Voto del Pianista: 8

Prima di partire per un salto in terra di Siena, vi lascio con un consiglio cinematografico per il vostro week-end. A mio perere parliamo di un grande film, con un regista che si presenta da solo così come i protagonisti in buona forma. Una pellicola di classe come se me vedono poche, rimanendo nel mondo del cinema Americano di genere, due ore dovete trovarle assolutamente con inclusi i pop corn.
In breve la trama: L'ottimo Clive Owen (8), apparentemente in cella, ci racconta della sua rapina ad una importante Banca con annessi ostaggi e trattative febbrili. Ad interferire col suo piano criminale ecco comparire, infatti, poliziotti Denzel Washington (7.5), in odore di corruzione, e Willem Dafoe (7), più una losca e fredda la mediatrice d'affari Jodie Foster(7.5), ingaggiata dal proprietario della banca Cristopher Plummer, per trattare parallelamente alla polizia con i rapinatori.
Ma quali sono gli interessi in gioco, quali i veri motivi della rapina e quali gli importanti segreti da celare a tutti i costi?
Spike Lee (8.5) si esprime come sempre alla grande nel movimento della macchina da presa e nel montaggio a volte frenetico, a volte attenuato da lunghi piani sequenza. Il film strizza l'occhio ai classici anni settanta, prima di tutto il mitico "Quel pomeriggio di un giorno da cani" ed è caratterizzato dall'illusione, dalle sfumature anche nei personaggi principali.
Lo spettatore interpreta gli avvenimenti seguendo passo passo le vicissitudini di chi "è fuori"(Washington, Dafoe la Foster) e chi "è dentro" (Owen, gli altri rapinatori, gli ostaggi) capendo anche grazie a puntuali flashback cosa sta accadendo, ma forse non come e non perchè. Ma dove sta la verità? Chi è veramente pulito?
Interessanti i riferimenti newyorkesi in stile "25à ora" e alle contrapposizioni razziali spesso presenti nei film di Lee.
Un opera che alla fine scavalca il genere e si sposta su un piano più ampio di illusione, di riflessione su realtà e finzione, costringendoci a fare i conti con l'apparenza e con la sottigliezza delle sfumature della vita.
Non vi dico altro se non il mio voto finale, 8 pienamente meritato.
Vi chiedo un piccolo favore, rivolto soprattutto agli appassionati di cinema. Se vedrete o avete già visto questo film o anche altri recensiti in precedenza, fatemi sapere le vostre opinioni.
A volte ho l'impressione di essere troppo generoso sopratutto con generi e registi per cui ho un debole.
Alla prossima....settimana.

18 marzo 2006

Il giardiniere tenace o Verdone vs Muccino? A voi la scelta.

















Titolo: The costant gardener
Usa/GB 2006
Genere: drammatico
Regia: Fernando Meirelles
Interpreti: Ralph Fiennes, Rache Weisz, Danny Huston

Voto del pianista: 7

Titolo: Il mio miglio nemico
ITA 2006
Genere: commedia
Regia: Carlo Verdone
Interpreti: Carlo Verdone, Silvio Muccino
Voto del pianista: 7



Dopo l’ondata politoitaliota torno a dare un paio di consigli cinematografici ai miei amici. Se questa sera non sapete cosa fare…eccovi l’idea. E’ un periodo dove non ci sono nelle sale dei capolavori ma questi due titoli, appartenenti a generi molto diversi, meritano un sabato sera trascorso affogando nei pop corn.
Il primo, è un thriller a sfondo sociale, tratto da un romanzo di John le Carre. E' proprio l'aspetti di denuncia a sfondo sociale il tema prevalente del film, ma non l'unico. Justin (bravo Ralph Fiennes), un tranquillo e distaccato diplomatico Inglese di stanza in Kenia, è costretto a scoprire la verità sulla morte di sua moglie Tessa (Oscar a Rachel Weiszs) un’ idealista, attivista politica. Scoperchierà i torbidi intrecci delle case farmaceutiche che usano i malati indigeni come cavie inconsapevoli per la sperimentazione di un nuovo farmaco dagli effetti collaterali devastanti, e scoprirà molto di più sul rapporto tra lui e sua moglie.
Il film è molto intenso, fantastica la fotografia e ammirevole l’utilizzo della camera a mano. La storia si sviluppa in modo molto riflessivo, rispecchiando il carattere del protagonista, e la mescolanza tra i generi, thriller, dramma politico, film di denuncia, e storia d’amore, è ben riuscita.
Il regista Fernando Meirelles ci porta in un Africa sfruttata e devastata dal mondo occidentale, ma con una forza visiva che regala un senso di libertà e speranza di queste popolazioni desolatamente in ginocchio.
Di genere completamente l’altro film che vi consiglio segna il ritorno di Carlo Verdone alla regia, adatto per passare due ore in allegrie con vari spunt di riflessione. Ho sempre apprezzato molto il regista e attore romano seguendone tutta la carriera. Forse sono un po' di parte, ma credo che con questa opera tocchi uno dei suoi punti più alti.
Commedia amara sui rapporti generazionali, accompagnato da un Silvio Muccino che, per vendicarsi del licenziamento della madre, cerca di rovinargli l’esistenza di cartapesta che si era creato grazie al matrimonio con una facoltosa rampolla. Verdone ci regala un personaggio al solito ricco di contraddizioni, che nel corso della storia recupererà dignità e riscoprirà la voglia di vivere. Solo dopo aver perso tutto e grazie al rapporto complicato con il suo miglior nemico che sboccerà in una riscoperta del dialogo e della comunicabilità tra le persone, siano esse della famiglia o meno.
Il film è divertente ma nello stesso momento tempo maturo e amaro. I due protagonisti sono in gran forma e ben si amalgamano tra loro, evidenziando il loro scontro generazionale. Ho trovato qualche forzatura nella sceneggiatura sul finale ma il voto è comunque buono e meritato il gran successo di pubblico.
Grandiose le scene al pronto soccorso e quella dei guardoni, da sole valgono il biglietto
Ho dato un bel sette a tutti e due i film, quindi vi lascio nella confusione più totale. Spero di esservi stato comunque utile…buon sabato.
Alla prossima

02 febbraio 2006

Munich


Titolo: Munich
Genere: Drammatico
Durata: 164 min.
Regia: Steven Spielberg
Cast: Eric Bana, Daniel Craig, Geoffrey Rush, Matthieu Kassovitz
Voto del pianista: 7.5
Sperando di fare cosa gradita, riprendo la rubrica cinematografica con il mio parere sull’ultimo film di Steven Spielberg a cui ho avuto il piacere di assistere. Il nuovo anno cinematografico del pianista (io, non il film) continua su ottimi standard dopo le visioni di Cronemberg e Allen.
Munich, avvolto dal mistero fino al giorno dell’uscita nelle sale, racconta la vendetta organizzata da Israele per punire i mandanti e gli ideatori della strage alle Olimpiadi di Monaco del 1972. Partendo dalla ricostruzione di quei giorni la vicenda viene narrata seguendo le gesta di Avner(ottimo Eric Bana), agente del Mossad e capo della squadra di vendicatori che, seppur ufficialmente “non esistenti” e senza l’appoggio di nessuno, vengono incaricati dal governo Israeliano di portare a termine la vendetta uccidendo uno alla volta i loro bersagli. Avner e i suoi uomini, attraversando tutta Europa, cominciano la loro impresa, ma gli imprevisti sono molti così come i tradimenti tanto da farli diventare cacciatori e prede allo stesso momento.
Ma Avner non è solo un agente del Mossad. E’ anche un marito, un figlio, e un padre, in altre parole è un uomo, al quale le vicende affrontate cambiano l’angolatura da cui vedere le cose. In questa ottica si innescano i temi sociali e morali evidenziati da Spielberg: l’appartenenza, la patria, la casa intesa sia come paese che come famiglia, la disillusione di un uomo che parte per la missione spinto da certezze ed ideali e progressivamente concepisce l’idea che la vendetta sia fine a se stessa, inutile ad estirpare l’organizzazione nemica che anzi, per ogni pezzo grosso eliminato ne ripropone altri più efficienti, ne ad avvicinare il dialogo e la pace. Vittime e carnefici non sono poi così distanti e in tal senso la critica verso la politica Israeliana e anche Americana (occhio al finale con sullo sfondo le torri gemelle) traspare evidente.
Questa, a mio avviso non è la parte migliore del film, quindi non mi soffermerei oltre su questi temi, su cui ognuno può aver diversa interpretazione, giudicando quindi efficaci o meno i messaggi del regista. Non sempre Spielberg riesce nel suo intento, approfondendo poco alcune sfumature e, schematicamente, scivolando a volte nell’ovvietà.
La parte migliore del film riguarda l’aspetto tecnico e stilistico. Con una regia impeccabile Spielberg ci accompagna in un perfetto thriller spionistico con tutti i meccanismi tipici oliati al meglio, con i tempi giusti ed una tensione sempre viva. L’alternanza di scene drammatiche a dal gran ritmo si mescolano con parti dialogate fatte di ripensamenti, di errori ed incertezze creando una miscela ottimamente riuscita. Il tutto girato secondo i canoni classici del genere senza azioni roboanti od inutili effetti speciali.
Un film di genere insomma, che ricorda molto nella struttura e nel dispiegamento di storia e colpi di scena i grandi opere girate nei decenni passati, come “i tre Giorni del Condor” o “il giorno dello sciacallo”. Anche l’ambientazione anni settanta delle varie città come Parigi, Roma o Londra aiuta molto a ricreare la giusta atmosfera, come convenuto ed auspicabile.
Tirando le somme mi trovo in difficoltà nel ricondurre ad un numero il mio giudizio. Se prendessi in considerazione solo l’aspetto tecnico e di stesura della storia Munich meriterebbe un bel 8 abbondante, ma considerando che, narrando un fatto vero, Spielberg oltre alla cronaca ci vuole fornire una sua visione del mondo,della politica, e dei valori, mi sarei aspettato un’angolatura più originale e maggiormente approfondita almeno per alcuni aspetti.
Il film ve lo consiglio, regala forti emozioni, ma temo che se non amate il genere come lo amo io, troverete pochi altri spunti d’interesse. Propendo quindi per un voto leggermente più basso rispetto ai due ultimi film recensiti.
Alla prossima